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Fonte: BresciaOggi

New York, Maria Callas, Erik Satie. Nel giro di pochi mesi Daniela Reboldi si è trovata al centro di un universo luminoso. Musica che gira intorno, nasce dall’anima e porta ovunque.

A marzo ha ricevuto il Maria Callas Tribute Prize New York 2026, riconoscimento dedicato a figure femminili di rilievo nel mondo della cultura e dell’arte. A maggio ha pubblicato sulle piattaforme digitali Gymnopédie n. 1, primo tassello dell’album Omaggio a Erik Satie, progetto che culminerà anche in un’edizione in vinile. Nel mezzo concerti, approfondimenti e incontri divulgativi.

Che effetto le ha fatto essere premiata a New York?

È stata un’emozione enorme e, sinceramente, inattesa. New York, il nome di Maria Callas, una platea internazionale di altissimo livello. Tra le premiate c’erano personalità come Marina Abramovic e Isabel Allende. Trovarmi accanto a figure di quel calibro è qualcosa di difficile da descrivere. La cerimonia si è svolta alla Columbus Citizens Foundation; in Italia c’è stato un momento istituzionale alla Sala Matteotti della Camera dei Deputati. Poi ho avuto il privilegio di suonare in due luoghi simbolici: il Thomas Cook Hospital – legato alla nascita di Maria Callas – e la stessa Columbus Citizens Foundation. Per chi fa il mio mestiere, grandi soddisfazioni.

Quale valore attribuisce a un premio dedicato proprio a Maria Callas?

Non si tratta solo di una voce irripetibile. È una figura che ha inciso profondamente anche nell’immaginario femminile. Ha trasformato la propria vita in una opera d’arte senza nascondere fragilità, sofferenze, contraddizioni. Credo ci abbia lasciato un messaggio ancora attualissimo: non dobbiamo essere perfette, dobbiamo essere vere. È una lezione che riguarda le artiste, ma anche tutte le donne che sentono il peso dell’idea di dover riuscire in tutto.

Quando è nato il suo rapporto con il pianoforte?

Prestissimo. Ho iniziato a 5 anni: non scrivevo ancora bene, ma già leggevo le note. La scelta iniziale fu dei miei genitori; mio padre non era musicista, ma amava la musica classica e mi iscrisse a un corso di pianoforte. All’inizio era un gioco, poi è diventato una passione seria. La svolta vera arrivò grazie all’incontro col maestro Marco Giovannetti, che mi accompagnò fino alla laurea in pianoforte. Successivamente mi sono perfezionata con il maestro Daniele Alberti, con Alexander Lonquich ed Eve Wolf. Ho svolto anche attività teatrale. Un percorso lungo.

C’è stato un periodo in cui la carriera artistica è passata in secondo piano.

Sì. Per una decina di anni la priorità è stata la famiglia: nel frattempo sono arrivati quattro figli. Non ho mai abbandonato la musica – ho continuato ad insegnare e a lavorare – ma l’aspetto più strettamente artistico e concertistico si è ridotto. Cinque anni fa ho sentito il bisogno di riprendere quel filo. Un concerto al Museo Diocesano di Brescia ha riacceso tutto. Subito dopo sono arrivate occasioni importanti: il concerto legato al Premio Strega, altri appuntamenti letterari di alto profilo. La spinta per continuare.

Adesso Satie. Perché proprio lui?

Perché lo trovo modernissimo. Nelle sue apparenti semplicità, nelle eccentricità, nell’ironia. È un autore che sfugge a tutte le categorie comode. Più lo studi, più capisci che dietro quelle pagine essenziali c’è una visione radicale della musica. Il progetto Omaggio a Erik Satie prevede l’uscita graduale di brani digitali e, a settembre, un vinile dedicato ad alcune sue opere. Ho scelto Gymnopédies, Gnossiennes e Embryons desséchés: tre facce diverse di un compositore che sa essere lirico, enigmatico e corrosivamente ironico.

Nei suoi incontri pubblici alterna esecuzione e racconto. Perché questa scelta?

Credo sia importante intercettare anche chi non è specialista. La musica colta rischia di apparire distante se non si offrono chiavi d’accesso. Nei miei «concerti-racconto» c’è una parte informale, quasi una conversazione, e poi l’esecuzione. Non si tratta di semplificare l’arte, ma di renderla abitabile. Il mio obiettivo è portare bellezza: non intendo qualcosa di superficiale o decorativo, ma un’esperienza capace di allargare lo sguardo.

Al di là del pianoforte, quali passioni coltiva?

Ne ho fin troppe… Dipingo, scrivo, viaggio non appena posso. Amo il giardinaggio, stare nella natura: ho un grande giardino e prendermi cura delle piante è una forma di rigenerazione.

Che cos’è la musica, per Daniela Reboldi?

Emozione. Prima di tutto emozione. La tecnica deve essere rigorosa, ma è solo la condizione di partenza. Poi bisogna andare oltre e la musica sa illuminare quando emoziona. Può capitare di sbagliare una nota in concerto: ciò che conta è trasmettere qualcosa di umano. Se non c’è emozione, non c’è arte. Per questo sono così legata anche al riconoscimento intitolato a Callas. Lei era una perfezionista, certo, ma non si fermava alla perfezione. Andava oltre e riusciva a toccare corde profondissime. È ciò che ho sentito ascoltando dal vivo pianisti come Ivo Pogorelic o Radu Lupu: non solo virtuosismo, ma un impatto emotivo che resta dentro. Ecco, per me essere artisti significa questo.